La provocazione del titolo è doverosa alla luce di quello che, stando a indiscrezioni, verrà approvato dal parlamento nel corso dell’imminente periodo estivo.

Stiamo parlando del disegno di legge CORDA che è stato elaborato dalla Commissione Difesa e relativo ai diritti sindacali dei militari.

Va precisato che il d.d.l. in argomento è un passaggio che si è reso obbligatorio in seguito alla nota sentenza della Corte Costituzionale n. 120/2018 che ha dichiarato illegittima la norma legislativa che vietava ai militari la costituzione di sindacati per la tutela degli interessi professionali.

Questo è il futuro che attende i militari: eliminazione degli Organi di Rappresentanza  (Cobar, Coir e Cocer) e entrata in gioco delle associazioni sindacali.

Cosa cambia? Tutto!!!

Fra le numerose innovazioni dell’assetto sindacale (certamente positive) occorre evidenziare che i militari dovranno pagare di tasca propria il funzionamento dei sindacati con le quote di iscrizione associativa che, ovviamente, saranno volontarie.

Ebbene, non si torna più indietro, a meno che qualcuno voglia costringere i militari ad ulteriori battaglie in sede giurisdizionale per mancata concreta aderenza ai dettami della giurisdizione della Cedu, dettami europei cui ci si richiama a corrente alterna e secondo interessi di piccolo cabotaggio.

Il passaggio ai Sindacati è indiscutibilmente un passo in avanti rispetto alla Rappresentanza, ma … cosa succede se la legge attribuisce ai Sindacati militari le stesse materie di competenza che hanno oggi i Cobar Coir e Cocer?

Cosa succederà se ai militari verrà chiesto di pagare strutture associative (indicativamente dal 2 al 5% dello stipendio annuo) per avere uno strumento rappresentativo che non può tutelarli, ad esempio, in tema di servizi di guardia, procedimenti disciplinari, mobbing, trasferimenti, avanzamento, documenti caratteristici e altri settori fondamentali nella loro vita professionale?

Evidentemente i militari dovranno ancora una volta sostenere con spese proprie il costo degli avvocati sempre che siano disposti a sconvolgere la propria “quiete lavorativa”, inoltre i sindacati avranno vita davvero dura poiché dovranno spiegare ai militari per quale ragione dovranno versare ogni mese una onerosa quota associativa.

Il disegno di legge Corda mette evidentemente in pericolo la stessa esistenza dei futuri sindacati.

Questo è quello che accadrà se il disegno di legge Corda verrà approvato dal parlamento nella versione in via di approvazione in Commissione Difesa.

Siamo consapevoli che il legislatore è chiamato a realizzare un delicato e difficile equilibro tra il bisogno di efficienza e operatività delle forze armate e i diritti dei militari, ciò, tuttavia, non può in alcun modo tradursi in una totale negazione ovvero “castrazione” delle organizzazioni sindacali.

Le soluzioni alternative esistono, se solo si volesse dare ascolto alle proposte che sono state avanzate anche da taluni organi di rappresentanza (vedi sotto riportata proposta del difensore civico e mediatore militare come strumento integrativo alle libertà sindacali), ma esistono altresì altre forme di partecipazione sindacale “non invasive” che certamente, se applicate in condizioni di pace e al di fuori dei teatri concretamente operativi/bellici, non inficerebbero il bene supremo dell’efficienza delle forze armate.

E non va nemmeno sottaciuto il fatto che nel corso di 40 anni di rappresentanza si è consolidata una prassi che permette agli organi di rappresentanza, in via collaborativa, di trattare “informalmente” le materie che il disegno di legge Corda vuole proibire ai sindacati.  Evidentemente in tema di tutela il disegno di legge, sancendo nuovamente il divieto delle sopra menzionate materie, renderebbe nuovamente attuali le limitazioni imposte dal legislatore del ’78, dando luogo ad un ritorno al passato.

Gioco forza la vittoria di tutti coloro che si sono da sempre dimostrati contrari ai diritti sindacali nelle forze armate.

Ma i limiti del d.d.l. Corda non si limitano alla questione delle materie di competenza dei sindacati (che resta il nodo maggiormente sentito dal personale militare), i dubbi riguardano anche al fatto che al personale in congedo nella riserva è proibita l’iscrizione ai sindacati, e non poche  perplessità derivano dalla disposizione che dispone la competenza del giudice amministrativo per le vertenze attinenti i diritti sindacati, quando sono noti i limiti che caratterizzano tale giurisdizione (si pensi solo, a titolo di esempio, che presso il giudice amministrativo non sono ammesse le prove testimoniali) ed, ancora, le limitazioni dei mandati sindacali e altri condizionamenti che sono stati giustamente evidenziati anche dalle associazioni professionali del personale della Guardia di Finanza (vedi comunicato sotto riportato).

Auspichiamo un ripensamento della politica, almeno di quella parte dei parlamentari che si dimostrano ancora sensibili agli interessi del personale militare, che pensa sia meglio confrontarsi e attendere la stesura di un disegno di legge rispettoso dei diritti sindacali e veramente innovativo, che non replicare quanto è accaduto negli anni ’70 quando, nella paura di rimanere senza tutela, il mondo militare accettava una riforma “castrata” che dava luogo agli odierni organi di rappresentanza, una riforma che è rimasta sostanzialmente invariata per oltre 40 anni.

Oggi la situazione è diversa, nessun timore... i diritti sindacali sono stati sanciti e suggellati da una pronuncia costituzionale non si torna più indietro!!!

Pertanto un disegno di legge che non introduce nulla di innovativo rispetto a quello che ha stabilito la Corte Costituzionale, si dimostra privo di originalità e di audacia.

Alla politica il dovere la responsabilità e, aggiungiamo, il coraggio, di dimostrarsi veramente innovativa e coerente con le necessità di tutela reale del personale militare.