Sull’argomento siamo già intervenuti a fine ottobre dello scorso anno stigmatizzando i facili entusiasmi che emergevano da parte degli Stati Maggiori in riferimento all’adeguamento dei coefficienti pensionistici a quelli del personale del pubblico impego civile, ossia 67 anni (leggi qui). 

Si tratta, in sintesi, di un tentativo, seppur insufficiente, di porre rimedio all’annosa questione riferita alla mancanza della previdenza complementare per il personale militare, che lamenta un ritardo di soli, si fa per dire, 26 anni. 

Negli altri settori della PA, infatti, la previdenza complementare fu da subito avviata, comportando impegni finanziari obbligatori del datore di lavoro con percentuali variabili a partire dal’1% del trattamento stipendiale. 

Per tale motivo, considerati appunto i 26 anni di mancata contribuzione, con l’articolo di ottobre 2021 quantificammo un attuale “risparmio” per le casse dello Stato (quasi a dire agli operatori del Comparto che di questo Stato non ne fanno parte) di circa 4,2 miliardi di Euro.

E sempre per tale motivo, considerammo poco equa una siffatta soluzione proponendo dei miglioramenti ai disegni di legge che avrebbero sortito degli effetti di minimo ristoro ad una tal sventura subita dal personale militare e delle forze di polizia.

Ma veniamo ad oggi. La Legge 234/2021 relativa al bilancio di previsione dello Stato ha istituito al comma 95, in relazione alla specificità̀ del personale delle Forze armate, delle Forze di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, un fondo con una dotazione di 20 milioni di euro per l'anno 2022, 40 milioni di euro per l'anno 2023 e 60 milioni di euro a decorrere dall'anno 2024. Fondo destinato appunto all'adozione di provvedimenti normativi volti alla progressiva perequazione del relativo regime previdenziale, attraverso l’introduzione di misure compensative (per coloro che alla data di entrata in vigore della legge risultassero essere già in servizio) e integrative delle forme pensionistiche complementari per il personale del Comparto Difesa-Sicurezza immesso in servizio  successivamente al l relativo provvedimento.

Ora, da un semplice conto della serva emerge che tali risorse riuscirebbero a far aumentare i coefficienti pensionistici a malapena di 3 anni… altro che 7.

Un vero e proprio gioco al ribasso, dunque, con contorni oramai divenuti  grotteschi e che non fanno altro che aumentare quel grande senso di frustrazione provato dal personale in divisa in merito all'argomento. 

E così, passare dallo scetticismo al rifiuto netto ci è voluto un attimo. 

Non è un caso, infatti, che come AMUS-Aeronautica abbiamo sin da subito respinto al mittente tale proposta e chiesto di aprire un tavolo di confronto affinché si renda giustizia ad una intera categoria di personale. 

Ostinarsi a “fare da soli”, senza contraddittorio, che sia costruttivo e foriero di progetti e idee sostenibili, rischia peraltro di portare a ciò che è accaduto recentemente a causa delle speranze alimentate dagli Stati Maggiori oggi destinate a trasformarsi in  illusioni.

Eh si, perché la campagna di informazione esercitata dagli stessi con estrema enfasi e allo scopo di “… non alimentare tensioni per le prospettive future e sterilizzare, quindi, il crescente contenzioso al momento esistente sulla previdenza complementare, evidenziando gli sforzi che il Dicastero Difesa sta facendo per ottenere benefici economici a favore del personale” si sta rivelando oltremodo dannosa. 

Come Sindacato, difatti, siamo dovuti intervenire più volte in assistenza ad alcuni iscritti che a seguito proprio di quelle comunicazioni si erano subito attivati per presentare domanda di quiescenza. E, credeteci, non è stato per nulla facile ricondurli alla ragione attese le rassicurazioni ricevute, a loro convinzione, dallo Stato Maggiore. 

Alimentare aspettative, seppur in buona fede, specie quando chi le diffonde fa parte dei vertici ai quali il militare gli manifesta fiducia, rischia di trasformarsi in danno irreversibile.

Il personale che vive una fase decisionale della propria carriera, quale il momento della scelta dell’istituto pensionistico a cui aderire, si affida ciecamente all’informazione “ufficiale”, ed in un caso quale quello di specie la beffa rischia di essere servita.

Per concludere, riguardo alla problematica legata alla previdenza integrativa, come sindacato non siamo disposti ad accettare sconti e saldi di tal portata, ciò significherebbe disonorare il nostro ruolo di rappresentanza. 

E soluzioni di tenore così irrisorio quali quella che sembrerebbe scaturire in legge di bilancio segneranno l'ennesimo punto sull’oltraggio che il personale militare è costretto a subire dalle stesse istituzioni che per sacro giuramento si impegna a difendere.

E come se non bastasse, è cronaca degli ultimi giorni la novità di vedersi citati, con dei copia e incolla, da varie testate giornalistiche che “attaccano” la pensione di anzianità dei militari facendola apparire come “anacronistica” rispetto alle regole adottate da altri Stati (naturalmente non si sono presi alcuna briga di verificare altrimenti tali articoli sarebbero stati cestinati alla fonte) avendola considerata finanche un “privilegio”. 

Il privilegio, certo, di essere l’unica categoria che attende da 26 anni un Governo che si degni di ottemperare a quanto sancito dal legislatore sin dal lontano 1995, e che la giurisprudenza, a più riprese, ha legittimato.

Il soldato italiano non è per nulla un privilegiato, né tantomeno reclama di esserlo. Desidera però rispetto da parte della comunità statuale, che si concretizzi in ciò che gli spetta, ne più ne meno.

Noi ci siamo, aperti ad ogni contraddittorio, a patto che non si degeneri in offesa alla dignità di un onesto ed ossequioso lavoratore e contribuente di questa Repubblica. 

 

Si inviata alla lettura Previdenza dedicata per il personale del Comparto Difesa e Sicurezza. Verità e saldi