Nei mesi scorsi sul sito www.forzearmate.org era stata pubblicata una nota tecnico-giuridica che illustrava un orientamento giurisprudenziale del Consiglio di Stato che si pronunciava riconoscendo il diritto alla indennità di trasferimento (c.d. ex legge 100) anche ai militari che avevano accettato il trasferimento d’autorità sottoscrivendo il noto “Annesso 2” della direttiva UD001 dell’Aeronautica Militare, e la relativa dichiarazione di rinuncia al relativo trattamento economico.

Ora, con riferimento al merito della materia facciamo rinvio a quanto ampiamente chiarito nella sopra menzionata nota giuridica accessibile dal seguente link https://www.forzearmate.org/fac-simile-istanza-per-chiedere-indennita-di-trasferimento-anche-per-chi-ha-firmato-la-rinuncia-annesso-ii/

In questa sede invece, su richiesta dei nostri iscritti, ci preme analizzare sotto il profilo giuridico una lettera inviata nell’anno 2020 dalla Direzione per l’Impiego del Personale Militare dell’Aeronautica ( DIPMA ) relativa al personale della Forza Armata che aveva presentato istanza riconoscimento del beneficio economico ovvero di interruzione dei termini di prescrizione per similari procedimenti di trasferimento .

Nella stessa missiva la DIPMA asseriva che  i militari in argomento avrebbero formulato l’istanza in modo “…temerario…” e in “…assoluta malafede…”, formulando poi un invito ai vari Comandanti a valutare sotto il profilo disciplinare la condotta di quei militari che avevano presentato istanza alla luce della giurisprudenza del Consiglio di Stato, al fine di chiedere il riconoscimento della c.d. ex legge 100 ovvero di interrompere i termini legali della prescrizione.

Spiace ora constatare che  un comando dell’Aeronautica Militare (non abbiamo contezza di altri accadimenti) abbia dato seguito alle indicazioni dell’organo centrale dando corso ad alcuni procedimenti disciplinari conclusisi con un provvedimento sanzionatorio, a nostro avviso, manifestamente illegittimo e contrario ai più elementari principi di diritto.

Di seguito le nostre considerazioni.

Quanto alle istanze che abbiamo analizzato, riteniamo che siano pienamente legittime, motivate e soprattutto opportune.

Occorre infatti evidenziare che la materia è stata oggetto di una serie di interventi da parte dei giudici del Consiglio di Stato. Tre sono le pronunce dell’organo di appello che si sono avvicendate nell’arco di poco più di un anno, due a favore, ovvero che riconoscono il diritto anche a chi aveva rinunciato alla c.s. legge 100 con la dichiarazione riportata nell’Annesso 2, e una contraria.

Agli operatori del diritto una situazione come questa appare tutt’altro che singolare, ed invero accade di frequente che lo stesso organo giurisdizionale si pronunci in modo divergente anche in uno stretto periodo temporale (v. ad esempio quanto successo con la recente giurisprudenza della Corte dei Conti in tema di art. 54 sul 44% della parte retributiva, ma gli esempi sono innumerevoli anche nelle altre giurisdizioni).

Da qui la piena legittimazione di ogni militare, in situazioni come queste, ad adottare ogni iniziativa legale giudiziale o stragiudiziale utile a tutelare i propri interessi, incluse le istanze come quella ora in analisi, che diventano un indefettibile presupposto per una azione giurisdizionale, e, non ultimo per salvaguardare la posizione giuridica del passato rispetto al rischio della prescrizione.

Ma v’è di più.

Anche nel caso in cui vi fosse stato un unico orientamento negativo, ogni istanza sarebbe stata comunque legittima, dato che talvolta anche la giurisprudenza consolidata può cambiare totalmente orientamento. Valga per tutti l’esempio del diritto al risarcimento danno da atto illegittimo storicamente negato da ogni giurisdizione del nostro ordinamento e poi, successivamente, riconosciuto univocamente con un cambio di rotta operato dalla Corte di Cassazione (Sentenza n. 500/1999). Bene avrebbero fatto gli interessati a proporre già prima di tale sentenza un’istanza interruttiva della prescrizione, anche reiterata, malgrado la giurisprudenza contraria. Invero il diritto al risarcimento del danno da atto illegittimo veniva dapprima riconosciuto dalla giurisprudenza e poi formalmente codificato e disciplinato anche nel codice del processo amministrativo.

Pertanto, pienamente legittime devono ritenersi le istanze presentate dai militari in argomento all’insegna di un diritto che trova fondamento, inconfutabilmente, nella Costituzione Italiana prima ancora che nelle norme speciali del personale militare.

L’articolo 24 stabilisce che “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi (comma 1). La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento” (comma 2), l’articolo 113 della Costituzione stabilisce altresì che “ Contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa (comma 1). Tale tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti (comma 2).

Giova evidenziare, oltretutto, che risulta difficile (se non impossibile) reperire precedenti di giurisprudenza su casi analoghi a quello di specie, e ciò per la verosimile ragione che il diritto di presentare una istanza è talmente evidente ed inconfutabile, attesa oltremodo la sua natura costituzionale, che probabilmente non vi sono precedenti storici che lo abbiano messo in discussione.

Con tale premessa potremmo chiederci, dunque, se l’Amministrazione sia incorsa in un semplice equivoco, ma deve invece  prendersi atto lo stesso Ente Centrale, lo scorso 20 dicembre 2020, in merito all’argomento qui trattato, ha diramato una ulteriore comunicazione che allegava una sentenza negativa del Consiglio di stato  (l’unica  negativa fra le tre menzionate), invitando gli enti a divulgare la pronuncia per “… consentire a chiunque possa essere interessato di valutare la possibilità di non intentare o di desistere da contenziosi…”.

Cosicché dovremmo entrare nel merito della direttiva UD001 la cui genesi risale al 2001 quando da un sistema che prevedeva anche i trasferimenti a domanda e una relativa graduatoria pubblica si è passati al prevalente monopolio delle movimentazioni d’autorità, inizialmente pagate con il previsto indennizzo e successivamente attuate senza oneri, grazie alla c.s. “rinuncia” degli interessati.

Senza dubbio la nuova direttiva semplificava la vita dell’Amministrazione date le implicazioni che erano connesse con un sistema a domanda basato su graduatorie pubbliche (prima fra tutte il connesso contenzioso giurisdizionale), per altro verso, avocando a se la natura autoritativa delle movimentazioni (salvo quelle a domanda esplicitamente previste dalla legge), dato il conseguente “risparmio contenzioso”, la medesima Amministrazione avrebbe dovuto nondimeno farsi carico delle spese di trasferimento.

Senonché emergeva una edizione del c.d. Annesso 2 in base al quale all’interno di un procedimento di movimentazione d’autorità si inseriva una dichiarazione di rinuncia alla indennità di trasferimento. Questa natura “mista” (il trasferimento è d’autorità ma con gli effetti di un trasferimento a domanda) e il valore di tale dichiarazione/atto di rinuncia, sono stati sostanzialmente all’origine della vexata quaestio di fronte ai giudici amministrativi.

A fronte di tale quadro normativo e giurisprudenziale, questo sindacato ritiene che ogni militare interessato sia pienamente legittimato a tutelarsi con la presentazione di una istanza che, quantomeno, lo salvaguardi e che sia inteso come opportuno e conciliante tentativo di soluzione stragiudiziale, ma utile anche quale atto preliminare alla sede giudiziale e, in ogni caso, lo tuteli anche rispetto agli effetti prescrittivi del tempo trascorso dal momento del trasferimento.

Con tali premesse, e ritenendo che in gioco ci sia un diritto fondamentale dei militari, il nostro sindacato ha ritenuto di sostenere i propri iscritti puniti con l’assistenza legale gratuita, nella speranza che l’autorità chiamata a decidere sul ricorso avverso le comminate sanzioni disciplinari condivida la fondatezza di quanto eccepito e ponga fine alla vicenda con un intervento caducatorio dei provvedimenti impugnati, anche semplicemente richiamandosi all’articolo 1466 del Codice dell’Ordinamento Militare, in base al quale “L'esercizio di un diritto ai sensi del presente codice e del regolamento esclude l'applicabilità di sanzioni disciplinari”.

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