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RAPPRESENTANZE, ASSOCIAZIONI E SINDACATI DEI MILITARI NEL DIRITTO NAZIONALE ED INTERNAZIONALE

A cura di Enzo Trevisiol

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Premessa

Il sindacato dei militari è una realtà!

La Corte Costituzionale con sentenza n. 120 del 13 giugno 2018 ha dichiarato incostituzionale l’articolo 1475 comma 2 del Codice dell’Ordinamento Militare D.lgs. 66/2010 che vietava ai militari la costituzione dei sindacati militari.

Le organizzazioni sindacali dei militari pertanto oggi sono una realtà inconfutabile esistente e già legittimate, tuttavia, la Corte Costituzionale ha inoltre precisato che dovrà essere il legislatore a regolamentare i sindacati militari ed in particolare il loro rapporti con l’Amministrazione.

Attualmente esiste il d.d.l. atto Camera n. 875 avente come primo firmataria l’On. Corda, una proposta di legge che ha già superato il vaglio della Camera e che oggi è in discussione al Senato.

Il disegno di legge sta alimentando fortissime critiche da parte di tutto il mondo sindacale ovvero del personale militare in quanto per alcuni aspetti introduce limitazioni sulle materie di competenza che farebbero retrocedere i diritti dei militari alle prime esperienze della Rappresentanza Militare degli anni ’80 (vedi commento al riguardo).

A.M.U.S. – AERONAUTICA ha realizzato una serie di modifiche/integrazioni da apportare alla legge che ritiene essenziali, e ha già provveduto ad inoltrarle alle istituzioni politiche (vedi testo proposte AMUS).

Precisiamo che AMUS al pari di ogni altra organizzazione sindacale è una struttura associativa istituita con le regole del codice civile e autorizzata dal Ministro della Difesa (vedi atto assenso).

Attualmente A.M.U.S. -AERONAUTICA agisce all’insegna dei principi dettati dalla Corte Costituzionale e delle circolari ministeriali che disciplinano la fase transitoria.

PER SAPERNE DI PIU’

DIFFERENZE TRA RAPPRESENTANZA E SINDACATO

Gli interessati all’argomento che vogliono comprendere le differenze tra la Rappresentanza Militare e i Sindacati possono approfondire le loro conoscenze nelle pagine seguenti.

L’11 Luglio 1978 il Parlamento Italiano approvava la legge sui principi della disciplina militare, una disciplina che da un lato negava ai militari il diritto di associazione professionale e sindacale, e dall’altro istituiva un sistema di rappresentanza interno all’ordinamento militare: la Rappresentanza militare, l’organismo che avrebbe dovuto garantire ai cittadini con le stellette uno strumento di tutela professionale e sociale.

Già con le prime delibere degli organi di rappresentanza neo costituiti, si contestava tuttavia l’inidoneità di tali organismi, a soddisfare gli obbiettivi di tutela perseguiti dal legislatore. La rappresentanza invero, fin dalla sua genesi, evidenziava delle carenze strutturali che avrebbero dovuto trovare soluzione in una modifica normativa che, nonostante l’ultra ventennale dibattito politico sull’argomento e le numerose proposte di legge che si sono avvicendate nel corso delle diverse legislature, non ha mai visto un vaglio definitivo del parlamento.

Nel corso degli anni sono peraltro emerse tesi contrapposte che, per un verso, hanno riproposto il mantenimento di uno strumento interno all’ordinamento miliare e asservito all’istituzione, ancorché rivisto sotto alcuni profili. Per l’altro, sono state sostenute posizioni opposte, tese a ricercare il riconoscimento di uno strumento di tutela esterno di tipo sindacale, fino alla proposizione dell’eccezione di costituzionalità in merito al divieto posto ai militari dall’articolo 8 della legge 382/78 di costituire associazioni professionali o sindacali. L’esito negativo del vaglio della Corte Costituzionale nel 1999 è stato oltremodo utilizzato da taluni esponenti dei vertici militari e da alcune aree politiche, in modo strumentale sostenendo l’alquanto fazioso assunto per cui la Corte si sarebbe espressa dichiarando l’incostituzionalità di una qualsiasi apertura ad organizzazioni di tipo sindacale. Per contro, alla vista dei meno sprovveduti occhi dei professionisti del diritto, ovvero dopo una attenta lettura della sentenza, è emerso invece come la Suprema Corte si sia semplicemente espressa sulla legittimità costituzionale di un divieto legislativo, senza il quale vi sarebbe stata una situazione di carenza normativa di difficile gestione, attesa la particolarità della materia attinente la categoria dei militari. La Corte pertanto, non ha precluso in alcun modo eventuali interventi parlamentari sul tema sindacale ed ha invece fatto riferimento a riforme normative che concedessero maggiore spazio alla tutela individuale e collettiva; mentre il dibattito sulle posizioni contrapposte non solo non è mai cessato, ma si invece sviluppato ulteriormente. L’attualità del dibattito sulla scelta interna/esterna, è dimostrata dalle diverse iniziative parlamentari che, anche dopo la sentenza della Corte, hanno riproposto soluzioni di tipo sindacale. Non può inoltre essere sottaciuto il crescente consenso che i militari stanno dimostrando nei confronti delle strutture associative che nel corso degli anni hanno dimostrato vivacità e perseveranza nelle loro quotidiane attività di promozione dei valori costituzionali, ciò a dispetto dei tentativi delle gerarchie di condizionare le adesioni dei militari attraverso iniziative intimidatorie tese a colpire le stesse associazioni. Tali tentativi di screditamento sono stati peraltro oggetto di interrogazioni parlamentari finalizzate, per quanto possibile, a ricondurre nell’alveo della legittimità il comportamento dell’amministrazione militare. La vicenda si è infine conclusa con l’emissione da parte del Ministro della Difesa di una circolare, molto discutibile sotto il profilo costituzionale, in virtù della quale ogni associazione che svolge attività che hanno qualsiasi attinenza con l’amministrazione difesa, ancorché composta in prevalenza da cittadini non militari, deve essere autorizzata dal Ministro della Difesa. Va ad ogni modo evidenziato che la soggezione al vaglio ministeriale nei termini ora esposti, comporta di fatto una limitazione al diritto di associazione che anche agli occhi del più sprovveduto si dimostra incompatibile con l’articolo 18 della Costituzione.

Ed è in questo contesto che la commissione difesa della XII legislatura vagliava un testo unificato di riforma della rappresentanza che oltre a confermare l’assetto interno all’ordinamento militare, negava nel contempo il riconoscimento di quelle prerogative fondamentali che darebbero modo alla rappresentanza di svolgere un ruolo “negoziale” in piena autonomia e indipendenza.